Lettera dell’Abate Ginepro

Lettera inviata da Ginepro,
Abate Abbaye Notre-Dame de Tamié (Savoie – France)
(riportata nella introduzione del Catalogo della Mostra: La Bellezza della Verità. Le icone: arte della luce e immagini del Paradiso)

Tamié – 3 maggio 2012

Caro Flavio,
Eccoci diventati due pezzi (rari) da museo! Un po’ incerottati, è vero, ma entrambi ci ritroviamo quasi illustri. Sorprendente! Ecco che a te è ora dedicata un’esposizione con tanto di catalogo!

Chi l’avrebbe detto? Solo una decina d’anni fa ci davano per spacciati, finiti. Eravamo piuttosto, scusa l’immagine, due semplici oggetti da discarica. Eravamo diventati, per tutti coloro che hanno i piedi per terra, per chi è rispettabile e incravattato, due bersagli troppo facili. Non ce l’avevano forse anticipato, loro? Confusi, non avevamo parole per rispondere.

Anche il giornale locale ci riservò le sue attenzioni. Si diceva, mi pare, che uno fosse scappato lontano: se l’era svignata come un cane bastonato, a dorso d’asino, dopo aver abbandonato baracca e burattini, dopo aver gettato la spugna, da vero pugile suonato.
L’altro, più tenace (più ‘razzeent’, direbbero dalle nostre parti), fatica a rassegnarsi e, ancora per qualche anno, tiene duro.

***

Ma, cari amici, mi rivolgo a voi; sforzatevi un po’ e immaginate: è una parola, sapete, rimanere lassù , da solo, in quelle condizioni! Di fatto, lui ridimensiona le attività e si rassegna alla (supplementare) solitudine, nell’attesa di tempi migliori. Uomo di temperamento, lui non cede. Come al suo solito, si esprime poco, sorride, sembra prendere tempo e dire: « stiamo a vedere, chissà… Magari qualcosa cambia! ». E non c’è mezzo per dissuaderlo: la Speranza gli rimane.
Io credo che sia difficile, per noi, capire cosa significhi vivere una situazione simile: isolamento, disagi, incomprensione, mancanza di mezzi e… soprattutto, sì, soprattutto la convinzione amara di aver fallito un bersaglio importante, l’obiettivo principale. E… la constatazione di essere stati sganciati, abbandonati, come un vagone su un binario morto. Eppure si era fatto il possibile ! È stata questa, credo, la tortura più dura per chi è rimasto.

Anche in queste situazioni estreme però, ci sono persone che possono rivelare delle qualità sorprendenti.
Sia chiaro: Flavio non voleva dimostrare niente a nessuno. Non è nella sua natura dare lezioni a chicchessia. Ma proprio perché nel suo intimo esistono delle certezze, delle risorse, lui doveva esprimersi.
Gli antichi Greci, personalizzandolo, chiamano ‘daimon’ questo dono interiore, questo misterioso ingegno. E capitò allora quello che accade all’acqua in montagna: in superficie non si vede niente; poi, da qualche parte, sgorga una sorgente…

Ecco dunque che, dalla mano di Flavio, nascono le ICONE.
Sì, è vero, pittore lo era anche prima, ma il filone delle icone per lui era nuovo. Da dove scaturisce ? Chiedete a una sorgente da dove trae la sua inesauribile alimentazione! Io sono convinto che la sofferenza e il disagio abbiano senz’altro avuto un loro ruolo, perché l’arte è figlia anche della tribolazione. Ma il terreno dell’ispirazione è vasto e ignoto. Se si riuscisse a seguirne l’itinerario a ritroso, ci si potrebbe imbattere, chissà, in una serie di grazie, di decisioni situabili lungo un percorso tormentato. Come si articola un itinerario spirituale? Voglio dire, ciò che in un certo gergo è indicato col nome di ‘vocazione’? Come individuare i tornanti nevralgici di un percorso di fede ?

Intanto, cos’è un’icona? Già a questa domanda è difficile rispondere. Se ogni quadro è un enigma, si può allora dire che un’icona è un mistero.

Il pittore di icone non dipinge, ci precisano gli specialisti, ma scrive. Si dipinge un quadro e si ‘scrive’ un’icona. Lasciando però da parte i termini tecnici, entrare da protagonista in quel filone equivale a un’entrata in religione, come si suole dire. È perciò necessario iniziarsi con applicazione al linguaggio proprio di quel mistero. Credo che càpiti, più o meno, come quando si entra in un noviziato. Forse non molti sanno che per familiarizzarsi con quella vena artistica, nata in Oriente agli albori del cristianesimo, occorre, tra l’altro, molta umiltà.
Oso dire che da noi, in Occidente, l’artista-pittore si è, il più delle volte, sentito libero di creare un suo linguaggio, un  discorso nuovo che, in un certo senso, gli appartiene. Per farla breve, lo si chiama: il suo stile. In questo senso si direbbe che il suo estro creativo abbia la possibilità di spaziare tra le molte possibilità, le tante tecniche a cui si sente libero di attingere a piene mani.

Il pittore di icone, invece, non inventa niente: si immerge in una tradizione, si affida docilmente a una scuola; o meglio, più che aderire a una scuola, lui accetta di diventare totalmente discepolo di altri, adotta una consuetudine religiosa, sperimentata e arcinota. La « materia » è predeterminata: i soggetti, le forme, le terre, la natura e la foggia delle tavolette di legno, le colle, l’applicazione dell’oro, le proporzioni, tutto (o quasi) rientra in canoni prestabiliti, sperimentati. Suppongo che questa non è cosa facile per l’artista che è, per definizione, dotato di un particolare genio creativo.

E ciò che c’è di più straordinario, è che la genialità del pittore di icone attinge le sue energie al mistero di Dio.

È chiaro (a me) che anche tutti gli altri lo fanno, in una maniera più o meno cosciente. Ma lui vi attinge in modo, direi, più diretto, più dichiarato, più manifesto di qualsiasi altro artista. Non è un caso che la sua “scrittura” abbia uno stretto legame con la preghiera, che presupponga un rapporto stretto e dichiarato col mondo della fede, col suo linguaggio immateriale. In questo universo il simbolo ha un ruolo primordiale. E non è un caso che i più noti iconografi (anche se molti rimangono anonimi) siano stati o siano monaci.

***
Flavio, ritorniamo a noi due, ai pezzi da museo che ci ritroviamo a essere: per quegli strani incantesimi che la Vita si permette il lusso di operare, di giocare, io mi sono ritrovato, nel giro di qualche giorno, su di un altro pianeta. E, più di ogni altro, tu sei in grado di capire perché, quando qualcuno si rivolge a me (a me !) chiamandomi: Reverendo Padre, io mi ritrovi a disagio e quasi senza fiato. Ti pare che possa essere di mio gusto ? Mi rivestono di paramenti liturgici, mi ritrovo al dito un anello (che continuo, macchinalmente, a rigirarmi sull’anulare), mi mettono in mano un pastorale (che è poi, come il nome lo indica, un lungo bastone ricurvo da guardiano di gregge). Mi riconosci ? A fatica, credo.

Ti dirò, invece, che quando lo impugno mi sento in continuità con la nostra nobile professione di caprai; tu e io sappiamo abbastanza bene cosa essa sia per averla esercitata a tempo pieno; e ne siamo giustamente fieri. Perciò, quando leggo, dall’ambone, il vangelo che parla della gioia che si prova ritrovando la pecora persa nel bosco, io so cosa voglia dire: noi due abbiamo provato questa emozione, e più di una volta. E magari al buio, d’inverno. Ebbene: è inesprimibile. Quando il vangelo parla di pecore che rispondono solo alla voce del pastore e non a un’altra voce, non abbiamo bisogno di lunghe e dotte esegesi: noi capiamo al volo. E tu sai anche se dico la verità o no quando affermo che ritrovandomi all’altare o sul punto di pronunciare un’omelia rifletto tra me e me e ammetto che, onestamente, solo Dio Onnipotente e Misericordioso poteva costringermi a tanto. Sì, solo Lui poteva tendermi questo tranello, osare un’operazione (ad alto rischio) di questo tipo.

Vedi, eccoci adesso diventati due personaggi illustri. Ma chi l’avrebbe potuto pensare? Tu, cerotti a parte, disponi di una maggiore libertà. Per me, l’inconveniente è che, se sgarro un po’, se protendo le mani così piuttosto che cosà, c’è chi è capace di denunciarmi all’Autorità Suprema per oltraggio. Questo mondo presenta infatti degli aspetti paradossali e ha una sua fauna. Ti conosco, Flavio: tu non ti presteresti al gioco. Ti metteresti prima a ridere e poi a dire: « no, grazie ! »

Ma, anche tu, fai attenzione ! Jamais dire Jamais !… dicono qui.

Ve lo immaginate ? Il colmo sarebbe vedere il Flavio che firma un autografo.



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